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Succede spesso, nel parlare e nel sentir parlare di montagna, che il racconto delle esperienze vissute si riduca, perlopiù, ad un banale ed auto-elogiante elenco di cime conquistate, di quote, di dislivelli e di tempi impiegati per l’ascesa. La faccenda, più comprensibile tra i giovani, trovo lo sia meno tra i meno giovani, quelli che con il passare degli anni dovrebbero abbandonare le loro mire di conquista e dedicarsi con lentezza alla montagna, quella vera! Questo almeno secondo me!

Punta Gnifetti, 4554 m? Fatto! Gran Paradiso, 4061 m? Che domande! Monviso, 3841 m? Ovvio! Uia di Ciamarella 3676 m e Uia di Bessanese 3604 m? Ma stai scherzando? Monte Albergian, 3043 m? No!

Silenzio, panico!

Però ci ho messo 2 ore a salire sul Rocciamelone a 3538 m sai? Ma non ero in forma altrimenti ci avrei messo meno!

Mentre l’elenco dei record continua con lo scorrere di un dito e delle foto su uno smartphone, ci dimentichiamo di raccontare tutto ciò che in realtà dovrebbe interessarci davvero, ovvero il motivo che ci spinge a tanta fatica.

Se vogliamo celebrare davvero la montagna invece di noi stessi dovremmo iniziare, per esempio, a raccontare l’esperienza che abbiamo vissuto, del perché abbiamo scelto quella vetta al posto di un’altra, di cosa abbiamo provato raggiungendo la cima, di cosa si vede da lassù o di come ci si senta nello stare lì sopra. Sopra ad una montagna che non ci ha mai chiesto di essere conquistata.

Ho portato il mio Io sul punto piú alto e lo lascio lassú, l’Io che voglio essere. Scendo con l’Io che sono.
Reinhard Karl

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