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Arrivare sulla punta di una bella montagna, tanto più se ancora intoccata, è sempre un fatto emozionante. Tuttavia si finisce per banalizzarlo con una serie di atteggiamenti cui è difficile sfuggire. Il primo è quello di scattare le rituali fotografie-ricordo con tutte le varianti: a te, poi a me, a voi, a tutti insieme eccetera. Nel frattempo, soltanto con distrazione ci si cura di volgere lo sguardo attorno, e si fa quasi unicamente se indotti da qualche contigenza: scongiurare un pericolo, prevenirne un altro, commentare uno stato d’animo, quasi sempre un timore di qualcosa che si sta preparando. Per sentire veramente la vetta raggiunta e poterne vivere tutta l’emozione, bisogna esaurire i luoghi comuni e sfuggire a ogni distrazione.

Walter Bonatti
Montagne di una vita

L’alpinismo vive grazie (e soprattutto?) a tutta la letteratura che negli anni è stata scritta e che continua, tutt’ora, ad essere prodotta.

Lo faccio per dimostrare qualcosa a me stesso” è la risposta che si sente pronunciare alla maggior parte delle persone alle quali si chiede “perché lo fai?“.
Mi chiedo, poi, nel vedere tutto il materiale fotografico (e video) prodotto, quanto nel raccontare ciò che si è vissuto faccia parte di un bisogno del tutto umano, intimo e personale, e quanto, invece, sia una dimostrazione di valore nei confronti degli altri. Cosa cambia se sono l’unico a sapere di aver scalato un ottomila, oppure, se lo sa tutto il mondo? Considerato che viviamo in una società competitiva (concetti che impariamo sin dalle elementari) non sarebbe più sincero voler ammettere che dopo aver dimostrato qualcosa a noi stessi, il desiderio più prossimo è quello di volerlo dimostrare anche agli altri? Non sarebbe umano e del tutto normale?

Ma questo è un altro discorso. Torniamo a quote più normali!

Se è vero che “la felicità è tale solo se è condivisa“, è anche vero che un’autentica esperienza in natura richiede una certa componente di intimità, ovvero, trovarsi “a tu per tu” con la natura incontrastata e vivere, per dirla come la direbbero gli orientali, il “qui e ora”, senza filtro alcuno. Un’esperienza, questa, che riporta indietro a quegli anni che vivono solo più nel nostro DNA ma che fanno parte della storia del genere umano.

L’invito, quindi, è quello di provare a “tenere le cose per sé”. In questo modo le uniche immagini che avrete a disposizione saranno depositate nella memory card inserita nella vostra testa. Lì, all’occorrenza, in un ricordo profondo e unico, perché solo vostro, potrete tornarvi tutte le volte che ne avrete bisogno.

Riempitevi gli occhi, la testa e il cuore di immagini.
La montagna più bella che avrete scalato esisterà solo nella vostra fantasia.

 

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